Quando ero piccolo, non riuscivo a capire una frase che sentivo ricorrente: “vuoto a rendere”. Poi crescendo la conoscenza si è disvelata. Ora se ne parla ampiamente, di vuoti. Le confezioni, il “packaging”, gli imballi, fino alle cavità, cave o invasi, vuoti e da poter riempire. Di rifiuti.
Una cosa è chiara a tutti: l’unica via d’uscita, per un mondo senza spazzatura, è quella di arrivare all’opzione “rifiuti-zero”, riciclando tutti gli scarti domestici. Un’ottima idea sarebbe quella di chiedere una cauzione vuoto su pieno, per ogni confezione venduta. Quando viene reso un contenitore usato chi lo riporta indietro ha diritto a vedersi restituita la cauzione. Certo, il problema di come si organizzi il tutto è un rompicapo. Ce le vedete voi le cassiere dei supermercati con quintali di spazzatura riciclata alle loro spalle? Magari basterebbe localizzare uno o più punti di raccolta pubblica per quartiere, con regolari “pesate” automatiche, dove la macchina rilascia uno scontrino, che può essere interamente detratto, a fini fiscali, sia per quanto riguarda la tassa locale sui rifiuti, che per quella relativa all’assistenza sanitaria. Così, in un anno, le famiglie “cicala” nella produzione dei rifiuti, potrebbero venire a risparmiare anche cifre dell’ordine delle migliaia di euro! E tutti trarremmo un bel respiro di sollievo! Invece politici e commissari straordinari sono alla disperata caccia di buche da riempire.
Il fatto è che chi ha determinato una situazione del genere dovrebbe, lui si, riempire un vuoto. Magari (per lui) di una cella. O magari (per noi) di una cava, di rifiuti.